«Gheddafi? Da buon beduino è capace di farsi ammazzare»

Il Vescovo Martinelli

TRIPOLI

Sulla sua Libia «soffia un po’ di ghibli», dice. Chissà cosa ritroverà quando il vento del deserto si sarà posato. Monsignor Giovanni Martinelli è il vescovo di Tripoli e ci riceve nel complesso che comprende la chiesa cattolica di San Francesco, l’unica rimasta in città dopo la trasformazione in moschea della cattedrale in Piazza Algeria, e i locali della diocesi, nel quartiere Dahra vicino all’ambasciata italiana. Il manifesto? «Ricordo quando qualche anno fa è venuto a Tripoli il vostro direttore Valentino Parlato», che «è libico come sono io».

E’ molto indaffarato perché deve riuscire a «sistemare» quasi 2000 eritrei che non sanno dove andare e hanno chiesto aiuto e rifugio a lui e ai preti copti. 54 – uomini, donne e bambini che ci mostra – sono ospitati nei locali della parrocchia e, forse, partiranno oggi per l’Italia (è riuscito nel miracolo di fargli avere tutte le carte in regola da parte libica, italiana e Onu), gli altri sono dispersi e nascosti chissà dove in città e, con questo clima e le sparatorie notturne, rischiano ancor più di prima. Il rischio è (se va bene) di tornare negli orrendi campi per migranti qui in Libia o (sempre se va bene) finire in qualche centro per migranti in Italia. Loro lo sanno e lo corrono perché, dicono, «preferiamo la morte al ritorno in Eritrea».

Veniamo alla Libia. Quando cadrà Gheddafi, monsignore?

Tutti dicono che Gheddafi è finito. Io non lo so se è finito… Tripoli sta con lui e resterà con lui. Non sarà facile per i rivoltosi entrare con le armi a Tripoli. In ogni caso, anche se il contesto internazionale è sfavorevole a Gheddafi, io la vedo lunga.

La Libia è il suo paese, ci è nato, figlio di due migranti italiani, nel 1942, ci è tornato come prete nel 1971, dall’85 è il vescovo della piccola comunità cattolica. Come vive questa guerra? E’ preoccupato per il dopo, visto che Gheddafi aveva garantito la libertà religiosa e, a parte i moti anti-italiani del 2006 a Bengasi per via della maglietta di Calderoli, aveva stabilito un eccellente rapporto anche personale con lei?

Io mi sento al sicuro e anche la quindicina di preti e la trentina di suore sparsi per il paese finora non hanno avuto problemi. Abbiamo sentito solo qualche sparo notturno, abbiamo dovuto cambiare un po’ gli orari delle uscite, niente di più. La gente ci conosce e ci protegge, e anche San Francesco ci protegge… Posso dire che, in fondo e nonostante tutto, sono relativamente ottimista.

Ottimista? Come si può, pur con tutta la fede del mondo, essere ottimisti in un quadro del genere, mentre è in corso una sorta di guerra civile, i morti non si contano e probabilmente il peggio deve ancora venire?

Da parte di Gheddafi e dei suoi mi sembra di vedere un desiderio di accordo; Tripoli è sotto il controllo del Colonnello; la vita in città (almeno prima delle sei di sera, quando cala il buio) scorre abbastanza tranquilla e normale, le code sono solo davanti alle banche per riscuotere quei 500 dinari, più o meno 300 euro, che Gheddafi ha elargito alle famiglie, e davanti ai negozi del pane; i ribelli sanno che entrare nella capitale sarà molto difficile e significherebbe un bagno di sangue che non gioverebbe neanche a loro; la gente qui non vuole la guerra civile. I libici sono buoni, tolleranti, pratici e se potranno ancora scegliere, opteranno per la sicurezza del presente, seppur riveduto e corretto, rispetto alle incertezze del futuro.

Un futuro denso di incognite e molto pericoloso…

I libici non sono fondamentalisti ma il fondamentalismo nella rivolta è presente e li strumentalizza. La miccia che ha fatto scoppiare l’incendio non è il richiamo religioso-politico di al Qaeda ma molto più terra-terra: il problema della casa, il problema dei salari che colpisce soprattutto i giovani, parte preponderante dei 6 milioni e mezzo di libici, anche se la povertà in Libia non è comparabile con quella di Tunisia ed Egitto. E poi indubbiamente c’è anche l’inevitabile effetto domino, il contagio delle rivolte tunisina ed egiziana. La crisi qui è una crisi generazionale, che il regime non havalutato e ascoltato forse per la paura di aprire una breccia al fondamentalismo.
Ha idea di come finirà? Si può credere che ci sia ancora margine per negoziati?

E’ possibile, e due dei nove figli del Colonnello, Saif al-Islam e Mutassim, possano fare qualcosa. Ma è difficile, sia per il contesto internazionale ostilissimo a Gheddafi (non ho capito perché l’Italia abbia avuto tanta fretta di denunciare il trattato di amicizia) sia perché ancora non è chiaro chi siano « gli altri ». A Bengasi è emerso l’ex-ministro della giustizia Mustafa Abdeljalil, ma qui a Tripoli?.

E Gheddafi?

Da buon beduino, lui non è un tipo che si arrende. Piuttosto si fa ammazzare.


http://abbonati.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/01-Marzo-2011/art36.php3



Articles Par : Maurizio Matteuzzi

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