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La Divisione dell’Egitto: minacce da Stati Uniti, Israele ed intervento militare della NATO?
Par Mahdi Darius Nazemroaya
Mondialisation.ca, 16 février 2011
Aurora 8 février 2011
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Le proteste in Tunisia hanno avuto un effetto domino nel mondo arabo. L’Egitto, il più grande paese arabo, è oggi elettrizzato da tumulti popolari per rimuovere il regime di Mubarak al Cairo. Ci si deve chiedere quali effetti potrebbe avere questo evento? Stati Uniti, Israele e la NATO semplicemente staranno a guardare il popolo egiziano stabilire un governo libero?

La parabola dei dittatori arabi è come la tela del ragno. Anche se il ragno si sente al sicuro nella sua tela, in realtà la tela è una delle case più fragili. Tutti i dittatori e i tiranni arabi, dal Marocco all’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, sono ora impauriti. L’Egitto è sull’orlo di ciò che potrebbe divenire uno degli eventi geo-politici più importanti di questo secolo. Faraoni, antichi o moderni, tutti hanno i loro ultimi giorni. Mubarak ha i giorni contati, ma i poteri dietro di lui non sono stati ancora sconfitti. L’Egitto è una parte importante dell’impero globale degli USA. Il governo statunitense, Tel Aviv, l’UE e la NATO hanno tutti interessi rilevanti nel preservare in Egitto un regime fantoccio.

Gli Stati Uniti e Israele desiderano utilizzare i militari egiziani come una polizia del popolo egiziano

Quando le proteste sono iniziate in Egitto, i capi delle forze armate egiziane sono tutti andato negli Stati Uniti e hanno consultato i funzionari degli Stati Uniti per avere ordini. Gli egiziani sono ben consapevoli che il regime del Cairo è una pedina al servizio degli Stati Uniti e d’Israele. Questo è il motivo per cui gli slogan egiziani non solo sono diretti contro il regime di Mubarak, ma mirano anche contro gli Stati Uniti e Israele, a somiglianza di alcuni degli slogan della rivoluzione iraniana. Gli Stati Uniti sono coinvolti in ogni aspetto delle attività del governo egiziano. Cairo non ha fatto una sola mossa senza consultare sia la Casa Bianca che Tel Aviv. Israele ha anche autorizzato l’esercito egiziano a trasferirsi in aree urbane nella penisola del Sinai.

La realtà della situazione è che il governo degli Stati Uniti lavora contro la libertà nel mondo arabo e altrove. Quando il presidente Obama dice che ci dovrebbe essere un periodo di “transizione” in Egitto, significa che Mubarak e il regime egiziano dovrebbero rimanere integri. Gli Stati Uniti non vogliono che un governo del popolo al Cairo.

Martin Indyk, un ex funzionario dell’amministrazione Clinton al Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, con un’area di responsabilità sul Medio Oriente e il conflitto israelo-palestinese, è una persona strettamente legata all’amministrazione Obama, ha detto al New York Times che gli Stati Uniti devono lavorare per portare l’esercito egiziano a controllare l’Egitto, fino a quando una “moderata e legittima leadership politica [potrà] emergere.” [1] Non solo Indyk invoca un colpo di Stato militare in Egitto, ma ha anche usato il doppio linguaggio del Dipartimento di Stato USA. Che cosa intendano i funzionari statunitensi per “moderato” sono le dittature e i regimi come nell’Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti, Giordania, Marocco e nella Tunisia di Ben Ali. Per quanto riguarda la legittimità, agli occhi dei funzionari degli Stati Uniti, significa che gli individui devono servire gli interessi degli Stati Uniti.

Tel Aviv è molto meno timida rispetto agli Stati Uniti sulla situazione in Egitto. Per paura di perdere Cairo, Tel Aviv ha incoraggiato il regime di Mubarak a scatenare tutta la forza dei militari egiziani contro i manifestanti civili. Ha anche difeso Mubarak a livello internazionale. A questo proposito, il ruolo primario dei militari egiziani è sempre stato quello di polizia del popolo egiziano e  mantenere il regime di Mubarak al potere. L’aiuto militare degli Stati Uniti all’Egitto è destinato esclusivamente a tale scopo.

 

Egitto Rivoluzionario: un secondo Iran in Medio Oriente?

Se il popolo egiziano riesce a imporre un vero e nuovo governo sovrano, sarà come un secondo Iran in Medio Oriente. Questo causerebbe una grande svolta geo-politica regionale e globale. Causerebbe anche un profondo turbamento e danneggiamento degli interessi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele, Francia, UE e NATO, in quanto equivarrebbe a una perdita colossale, come quella dell’Iran nel 1979.

Se un nuovo governo rivoluzionario dovesse emergere al Cairo, la fasulla pace israelo-palestinese sarebbe finita, la fame dei palestinesi della Striscia di Gaza finirebbe, la pietra angolare della sicurezza militare israeliano sarebbe finita e la Awliyaa (Alleanza) iraniano-siriana potrebbe acquisire un nuovo importante componente.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso i timori di Tel Aviv su un Egitto che si allea con l’Iran e come nuova porta d’accesso all’influenza iraniana si aprirebbe, con un discorso che diceva: “Teheran è in attesa del giorno in cui scenderà il buio [sull’Egitto].” [2] Netanyahu è corretto su una cosa, il ministero degli esteri iraniano ha osservato gli eventi in Egitto con molto entusiasmo, e gli iraniani sono in attesa della costituzione di un nuovo governo rivoluzionario che potrebbe aderire  al Blocco dell’Iran e della Resistenza. Teheran è  felicissima e l’Iran è in fermento, con interventi di propri funzionari su ciò che ritengono essere un “risveglio islamico.

Mentre i membri arabi del Blocco della Resistenza hanno reso dichiarazioni di basso profilo sulle proteste in Egitto, l’Iran, che non è arabo, ha dichiarato il suo sostegno ai manifestanti del mondo arabo. La Siria ha fatto osservazioni di basso profilo, a causa della sua paura di una rivolta interna. Hezbollah e Hamas hanno avuto posizioni relativamente di basso profilo, nelle loro prese di posizione sulle proteste nel mondo arabo, perché vogliono evitare di essere bersagliati dai regimi arabi attraverso accuse di ingerenza.

In ogni occasione i cosiddetti “moderati” regimi arabi cercano di demonizzare questi protagonisti arabi. D’altra parte il governo turco, che mantiene stretti legami con i regimi arabi, è rimasto anch’esso praticamente in silenzio sulle proteste nel mondo arabo.

Israele si prepara alla realtà possibile di un governo ostile che potrebbe insediarsi al Cairo, che è ciò che accadrà se il popolo egiziano avrà successo. Tel Aviv ha un segreto piano di sicurezza ed emergenza militare per l’Egitto.  Nelle parole di Netanyahu alla Knesset israeliana: “Un accordo di pace non garantisce l’esistenza di pace [fra Israele ed Egitto], in modo da proteggere noi stessi e, nei casi in cui l’accordo scompaia o venga violato a causa del cambiamento del regime dall’altro lato, questa vengo protetta con misure di sicurezza sul terreno.” [3]

 
 

Minacce da Stati Uniti, Israele e intervento militare della Nato in Egitto: Rievocazione dell’invasione dell’Egitto del 1956?

Vi è inoltre la possibilità di nuova guerra con Israele e anche dell’intervento militare della NATO e degli USA in Egitto. La minaccia di intervento militare in Egitto deve essere considerata. Nel 1956, gli inglesi, i francesi e gli israeliani attaccarono insieme l’Egitto quando il presidente Gamal Abdel Nasser nazionalizzò il Canale di Suez. Ricordando il 1956, gli Stati Uniti e la NATO potrebbero fare lo stesso. Il generale James Mattis, comandante del Comando Centrale USA, ha detto che gli Stati Uniti si occuperanno dell’Egitto “diplomaticamente, economicamente [e] militarmente“, per aver l’accesso al Canale di Suez se fosse chiuso dall’Egitto agli Stati Uniti e i loro alleati. [4]

Nel 2008, Norman Podhoretz ha proposto un impensabile scenario da  incubo. In questo scenario da incubo gli israeliani avrebbero occupato militarmente le raffinerie e i porti navali del Golfo Persico, per assicurarsi la “sicurezza energetica“, e  avrebbero anche lanciare una cosiddetto attacco preventivo nucleare contro l’Iran, la Siria e l’Egitto. [5]

Nel 2008, le principali questioni emerse erano state: la “sicurezza energetica” per  cui attaccare l’Egitto, e se il governo di Mubarak sarebbe stato un fedele alleato d’Israele?

Gli israeliani attaccherebbero l’Egitto, se un governo rivoluzionario emergerebbe al Cairo? Questo è ciò che essenzialmente è accaduto pochi anni dopo che Gamal Abdel Nasser prese il potere da Mohammed Naguib, in Egitto. Inoltre, un attacco militare contro l’Egitto è legato al piano segreto di emergenza sicurezza militare di Israele, come Netanyahu ha assicurato alla Knesset israeliana.

Un tale scenario da incubo, che comprende l’uso di armi nucleari, è una possibilità distinta? Podhoretz ha stretti legami con funzionari israeliani e statunitensi. Va inoltre ricordato che Podhoretz ha ricevuto la Presidential Medal of Freedom per la sua influenza intellettuale negli Stati Uniti ed è uno degli originali 1997 firmatari del Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), insieme a Elliot Abrams, Richard Cheney, John (Jeb) Bush, Donald Rumsfeld, Steen Forbes Jr. e Paul Wolfowitz. Il PNAC ha sostanzialmente delineato i piani per trasformare gli USA in un impero globale attraverso la militarizzazione mondiale   e il militarismo interno.

Caos gestito” e minacce di balcanizzazione dell’Egitto: Il Piano Yinon al lavoro?

L’Egitto non può essere gestito dal regime di Mubarak, dagli Stati Uniti, da Israele, e dai loro alleati. Pertanto, gli Stati Uniti, Israele, e i loro alleati stanno lavorando per dividere e destabilizzare l’Egitto, essendo lo stato arabo più potente, in modo che nessuna sfida strategica possa emergere dal Cairo. Gli attacchi contro i manifestanti pacifici nel centro del Cairo, a Tahrir Square, da parte di teppisti armati dei club di equitazione di Mubara, con cammelli e cavalli, è stato un’azione preparata e gestita per costruire un sostegno pubblico, al di fuori del mondo arabo, per avere un  dittatore al Cairo. Sintetizza ogni stereotipo e atteggiamento orientalista scorretto verso gli arabi ed i popoli del Medio Oriente. Non sarebbe una sorpresa se Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna avessero svolto ruoli di consulenza o agito direttamente sull’evento.

In un più ampio allontanamento dalla realtà, i media di Stato controllati dal regime di Mubarak riportano il sostegno popolare a Mubarak di milioni di egiziani e diffondono ampiamente il consenso al suo discorso e al suo piano per un “governo transitorio“. In uno spettacolo di disperazione, gli stessi media controllati dallo stato stanno anche cercando di incolpare l’Iran e i suoi alleati arabi delle proteste egiziane. I media egiziani controllato dallo stato hanno riferito che commando e forze speciali iraniani, insieme agli Hezbollah libanesi e ad Hamas palestinese, avrebbero avviato in missioni di sabotaggio e di destabilizzazione contro l’Egitto.

Questi tipi di accuse da parte del regime del Cairo non sono nuovi. Anche Yemen, Bahrain, Giordania e Mahmoud Abbas hanno fatto tutti lo stesso. Il regime di Mubarak ha accusato l’Iran, l’Hezbollah, il Movimento Patriottico Libero, la Siria e Hamas d’ingerenza e incitamento alla rivolta, più volte in passato.  Quando il Movimento patriottico libero ha criticato il regime di Mubarak per il trattamento dei cristiani egiziani, il regime di Mubarak ha accusato Michel Aoun di sedizione confessionale. D’altra parte, Hezbollah è stato accusato di aver tentato di creare il caos in Egitto, quando Hassan Nasrallah ha chiesto al popolo egiziano di mostrare solidarietà ai palestinesi e domandato che il loro governo permettesse agli aiuti umanitari di essere inviati al popolo della Striscia di Gaza.

Il Caos Gestito all’opera

Anche se i teppisti di Mubarak stanno anche creando il caos in Egitto, per cercare di mantenere il suo regime al potere, la dottrina del “caos gestito” è utilizzata da attori esterni, come ricorda il piano israeliano Yinon. Spingere gli egiziani a combattersi l’uno contro l’altro e trasformare l’Egitto in uno stato diviso e insicuro, proprio come hanno fatto gli anglo-statunitensi in Iraq, sembra essere l’obiettivo di Stati Uniti, Israele e dei loro alleati. Le tensioni montanti tra musulmani egiziani e cristiani egiziani, che comprendono gli attacchi alle chiese copte, sono legate a questo progetto. In questo contesto, il tredicesimo giorno di proteste in Egitto, la Chiesa Mar Girgis, nella città egiziana di Rafah, vicino a Gaza e Israele, è stata attaccata da uomini armati in motocicletta. [6]

La Casa Bianca e Tel Aviv non vogliono un secondo Iran in Medio Oriente. Faranno tutto il possibile per impedire l’emergere di una forte e indipendente Egitto.

Un Egitto libero potrebbe rivelarsi una minaccia molto più grande del non-arabo Iran, all’interno del mondo arabo, per gli obiettivi di Stati Uniti, Israele e della NATO.

Il ritorno dell’aquila egiziana come campione dell’indipendenza araba?

L’Egitto era una volta una grande sfida strategica per Stati Uniti, Israele, Francia, Gran Bretagna, nel mondo arabo e nell’Africa. L’Egitto nasseriano ha aiutato la resistenza algerina contro l’occupazione francese dell’Algeria, ha apertamente sostenuto i palestinesi contro l’occupazione israeliana delle loro case, ha sostenuto la Resistenza yemenita contro l’occupazione britannica in Yemen del Sud, ha contestato la legittimità degli hashemiti, installati da inglesi e statunitensi, e sostenuti dai Saud, e ha offerto sostegno ai movimenti di liberazione nazionale e anti-imperialisti. Cairo sotto un governo rivoluzionario, profondamente legato all’Islam o no, potrebbe dare al mondo arabo un nuovo leader che farebbe rivivere il pan-arabismo, rendendo Tel Aviv ulteriormente nervosa nel cercare di lanciare guerre, e raccoglierebbe gli arabi e gli altri popoli in tutto il mondo, in una rivolta contro la confederazione mondiale creata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

L’Egitto non è libero dalla schiavitù, per ora. Il popolo egiziano deve anche affrontare il ruolo del capitalismo globale nel sostegno al regime di Mubarak. Allo stesso tempo, deve restare uniti. Se avrà successo, avrà un impatto enorme sulla storia del secolo corrente.

Autore: Mahdi Darius Nazemroaya è un ricercatore associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG).
Fonte: Global Research, Centro di Ricerca sulla Globalizzazione (CRG), 
7 febbraio 2011.
Articolo originale:
The Division of Egypt: Threats of US, Israeli, and NATO Military Intervention? 
Traduzione di Alessandro Lattanzio.

NOTE

[1] Elisabeth Bumiller, “Calling for Restraint, Pentagon Faces Test of Influence With Ally,” The New York Times, 29 gennaio 2011; le parole di Indyk sono le seguenti: “Ci dobbiamo concentrare, ora, nell’ottenere che i militari adottino una posizione in cui possano controllare la situazione, finché una leadership politica legittima e moderata emerga.”
[2] Attila Somfalvi, “Natanyahu: Democratic Egypt no threat,” Yedioth Ahronoth, 2 febbraio 2011.
[3] Ibid.
[4] Adrian Croft, “US sees Suez Canal closure as inconceivable,” eds. Peter Griffiths and Elizabeth Fullerton, Reuters, 1° febbraio 2011.
[5] Norman Podhoretz, “Stopping Iran: Why the Case for Military Action Still Stands,” Commentary Magazine, vol.125, no. 2, (febbraio 2008): pp.11-19.
[6] “Church in flames in Egypt’s Sinai: witness,” Agence France-Presse (AFP), 6 febbraio 2011.
[7] “Senior US envoy presses for democracy in Tunisia,” Agence France-Presse (AFP), 24 gennaio 2011.

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