L’Italia nel business di guerra dell’F-35

Undici anni fa, il 30 maggio 2002, documentavamo sul manifesto in quale situazione veniva portata l’Italia aderendo al programma  del Joint Strike Fighter, il caccia costruito dalla Lockheed Martin (poi ribattezzato F-35 Lightning perché «come un fulmine colpisce il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente»). Il giorno prima, era stato annunciato l’ingresso delle principali industrie aerospaziali italiane nel programma Jsf, decantando i vantaggi che avrebbe portato in termini di occupazione e guadagni.

Era chiaro già allora che in un settore ad alta tecnologia, come quello aerospaziale, l’aumento di posti di lavoro sarebbe stato molto limitato, e che, mentre i soldi dei contratti sarebbero entrati nelle casse di aziende private, quelli per l’acquisto dei caccia sarebbero usciti dalle casse pubbliche. Era prevedibile già allora che il caccia sarebbe costato molto più del previsto e che a tale costo si sarebbe aggiunto quello di un centinaio di Eurofighter Typhoon, che l’Italia si era già impegnata ad acquistare.

Ma ormai la decisione politica era stata presa. Era stato il governo D’Alema, il 23 dicembre 1998, a firmare il primo memorandum d’accordo per partecipare al programma Jsf. In perfetto stile bipartisan, l’onore del secondo spettò al governo Berlusconi: fu l’ammiraglio Di Paola, in veste di direttore nazionale degli armamenti, a firmare al Pentagono, il 24 giugno 2002, l’accordo che impegnava l’Italia a partecipare al programma come partner di secondo livello. Venne perfezionato, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 fu di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l’acquisto di 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi.

Nel 2012, per dimostrare che di fronte alla crisi tutti devono tirare la cinghia, il governo Monti ha deciso di «ricalibrare» l’acquisto degli F-35 da 131 a 90. Lo stesso schieramento bipartisan, che aveva approvato l’acquisto dei caccia senza sapere quanto sarebbero venuti a costare, ha gioito per il risparmio così ottenuto, anch’esso non quantificabile, restando nelle nuvole il costo reale del caccia. Nel bilancio 2013 del Pentagono si prevede un costo unitario di 137 milioni di dollari, ma si tratta dell’aereo «nudo» che, una volta dotato di motore e avionica, costa molto di più. Come ammette lo stesso Pentagono, in 11 anni il costo del programma F-35 è aumentato a una media giornaliera di 40 milioni di dollari. Anche a causa dei continui problemi tecnici: si è scoperto ad esempio che il «Fulmine» è vulnerabile ai fulmini, inconveniente la cui soluzione comporterà una grossa spesa aggiuntiva.

L’Italia vuole acquistare, oltre a 60 caccia a decollo convenzionale, 30 a decollo corto e atterraggio verticale, molto più costosi. Va inoltre tenuto conto che, per mantenere operativi 90 F-35, si spenderà almeno un miliardo e mezzo di dollari annui. Altri miliardi si dovranno spendere per gli ammodernamenti e per sistemi d’arma sempre più sofisticati. Per non parlare di quanto costerà, in termini economici, impegnare gli F-35 in azioni belliche, tipo quella del 2011 contro la Libia. Restare nel programma significa quindi firmare un assegno in bianco.

Assegno in bianco non solo dal punto di vista finanziario. Le oltre venti industrie coinvolte – Alenia Aeronautica, Galileo Avionica,  Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre tra cui la Piaggio – diventano reparti della «grande fabbrica» dell’F-35, che negli Stati uniti comprende 1.400 fornitori in 46 stati. Sotto la direzione della Lockheed Martin, che concede alle singole industrie solo il know how delle parti dell’aereo che producono: all’Alenia Aermacchi, ad esempio, quello per la produzione delle ali negli stabilimenti di Foggia e Nola (NA) e di Cameri (NO). Il know how complessivo, soprattutto quello relativo al software del caccia, resta di esclusiva competenza della Lockheed. In tal modo le industrie italiane contribuiranno a rafforzare il predominio delle industrie aerospaziali statunitensi.

I piloti e i tecnici dell’F-35 saranno formati negli Stati uniti e verranno di conseguenza a dipendere dalla U.S. Air Force più che dall’aeronautica italiana. Per di più gli F-35 «italiani» saranno integrati nel sistema C4 (comando, controllo, comunicazioni, computer) Usa/Nato. Saranno quindi di fatto inseriti nella catena di comando del Pentagono. Sarà questo a decidere il loro impiego in una guerra e ad assegnare loro le missioni da compiere. Va qui ricordato che le 70-90 bombe nucleari statunitensi, stoccate ad Aviano e Ghedi-Torre, saranno trasformate in nuove bombe nucleari a guida di precisione, particolarmente adatte ai nuovi caccia F-35.

Con la partecipazione al programma F-35, l’Italia diventa quindi ancora più dipendente dalla potenza statunitense, dai suoi interessi, dalle sue politiche di guerra. Far uscire l’Italia dal programma vuol dire non solo risparmiare miliardi, da investire in settori civili che creino vera occupazione e migliori condizioni di vita, ma affermare, non a parole ma nei fatti, che la Costituzione è ancora viva.

Manlio Dinucci

Tommaso di Francesco



A propos :

Manlio Dinucci est géographe et journaliste. Il a une chronique hebdomadaire “L’art de la guerre” au quotidien italien il manifesto. Parmi ses derniers livres: Geocommunity (en trois tomes) Ed. Zanichelli 2013; Geolaboratorio, Ed. Zanichelli 2014;Se dici guerra…, Ed. Kappa Vu 2014.

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